Una Donna Nella Casa

scritto da Luca C_Max
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Mi girai a guardarla, consapevole che sarebbe stata esattamente quella l’espressione che avrebbe avuto alla vista della tanto sospirata nuova casa. E così iniziò.
- Nota dell'autore Luca C_Max

Testo: Una Donna Nella Casa
di Luca C_Max

Una Donna DELLA Casa
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- Dai, è quasi fatta. Vedrai che questa andrà bene. Ancora una curva a destra dopo la collina, piccola salita, percorri il vialetto e…

- Eccola, cara! Amore mio, che ne dici?

Mi girai a guardarla, consapevole che sarebbe stata esattamente quella l’espressione che avrebbe avuto alla vista della tanto sospirata nuova casa.

Sapevo che era solo una delle tante che avevamo già visto, non avevo preso impegno formale di alcun tipo con il venditore (già fuori ad attenderci), ma mi ero esposto verbalmente, rassicurandolo sul fatto che, di lì a breve, la casa avrebbe smesso di essere disabitata. Sì, era una delle tante ma, stavolta, era quella giusta.

Lui, il venditore, parve sollevato, rasserenato, contrariato, confuso e instabile. Aveva lo stesso aspetto e colore della casa.

Instabile come può esser l’ago di un sismografo in California.

- Lo so, Giulia: a prima vista, la facciata non rende onore alla meraviglia che si nasconde dietro quel velo di tristezza, una tristezza fatta di null’altro che dell’aggressione degli anni passati senza cura, senza amore, di anni passati senza viverla.

Lei prese vita. Si accese. Emerse dal vischioso torpore che nessuno dei due voleva chiamare bipolarismo condito da depressione.

- Sì, lo vedo anch’io, sai? La sento e percepisco anch’io la potenzialità della struttura dietro questa nuvola grigia che l’avvolge. In una casa, non ci devi solo vivere. La casa va vissuta, deve vivere con te. Ora lei è spenta, ma non è morta. Ora lei dorme e sogna. E, sognando, aspetta.

Brivido. Arrivò senza preavviso.

Mi percorse su tutto il corpo e fece frizzare l’epidermide e tutti i peli all’unisono.

Giulia, che era uscita da poco da un pesante esaurimento nervoso (vischioso torpore, insomma, profondamente depressa e dalla parte polare sbagliata di questo mondo).

Avevo visto, negli ultimi mesi, una moglie che non conoscevo.

Era saltato il tappo del perbenismo, della formalità, della convenzionalità; avevo scoperto il lato B, C e D di mia moglie.

Fu un periodo devastante.

Il lato E me lo avevano evitato il giusto cocktail di farmaci, calibrato dagli specialisti del caso.

Dai costosi e, a volte, improvvisati specialisti del caso.

Ora eccola qui, quasi totalmente risanata, ripresa e quasi solida e stoica come una volta.

Quasi, appunto.

Dico quasi, perché l’elemento razionalità, che aveva disegnato per anni i binari sui quali percorreva veloce la sua vita, quell’elemento aveva avuto, da qualche giorno, sentore che stesse scivolando via delicatamente, in lenta sublimazione, lasciando il posto ad un nuovo modo di porsi, davanti alla gente, alle situazioni, davanti alle cose, davanti alle chiese e davanti alle case.

Insomma, c’erano binari, lunghi e dritti, sui quali far rotolare la vita in modo sano; ma, ogni tanto, c’erano anche scambi e deviatoi, posti di manutenzione, e binari morti.

Sì, dovevamo necessariamente cambiare casa, per cambiare il corso delle cose.

Lo volevo io e lo voleva lei.

Io non potevo più stare all’interno di pareti, di muri, di spazi che avevano condiviso con me i vari lati di mia moglie. Occorreva dimenticare, ripulire, purificare e resettare; convincerci che quelle cose non fossero successe, tutto passato insomma, nebbie, buio, fumo, tutto in evanescenza.

Cambiare aria, fare finta di credere che non fosse successo nulla.

Andare dove? In che parte del mondo?

Ad Hartford, una bella città sul fiume a Housatonic, nel Connecticut.

Mi viene da dire “ad un paio di Stati di distanza da dove avevamo sempre vissuto”, ovvero nell’Ohio, ai piedi dei grandi laghi americani.

Non mi sono mai chiesto cosa avesse spinto mia moglie a dover partire e mettere chilometri di distanza dalla nostra terra d’origine; ho solo seguito il flusso degli eventi così come mi si inanellavano, giorno dopo giorno.

Lei era molto (troppo) presa, aveva (diceva di avere) un forte richiamo per i territori del New England, e la necessità di spaziare con gli occhi sul mare dell’oceano, e non su un mare fatto di gelidi e immobili laghi.

Bene, mi stava bene tutto. La prendemmo.

Ci trasferimmo in due settimane.

La casa si riaccese.

Si trasferì lontano anche il venditore, poi venni a sapere.

Non facevamo grandi lavori, eppure la casa sembrava ringiovanirsi ed accoglierci con sempre maggiore entusiasmo: cardini che smettevano di cigolare, muri che tendevano ad asciugare e una moglie che, a volte, faticavo a trovare.

Faticavo nel senso che, spesso, la vedevo comparire dal nulla.

Dal nulla di una tenda, dal nulla di un’anta aperta all’improvviso, dal nulla di parete sempre perfettamente intonate con i suoi colori, e lei, lei che veleggiava leggera sui pavimenti in legno che sembravano rigenerarsi al suo passaggio...

Ma forse erano solo mie convinzioni, piccole aberrazioni del mio percepire, piccoli strascichi del mio esaurimento mai confezionato e riconosciuto.

Arrivavo la sera e trovato migliorie continue; anche il verde a contorno sembrava più verde e mia moglie sembrava più moglie, sempre più splendidamente casalinga, sempre più lontana da lei, peraltro, l’idea di tornare a lavorare.

A volte chiedevo cosa avesse fatto a quel vetro non più rigato, a quella crepa perfettamente riparata, a quella siepe che era un trionfo di geometria giardiniera; a volte, lei rispondeva qualcosa, a volte mi guardava stordita, a volte…

A volte che, una volta, tornai a casa, nel primo pomeriggio di un autunno fatto di tutte le gamme possibili di colori pastello, un trionfo di rossi che allietava l’anima, arrivai un paio d’ore prima e la trovai seduta sui gradini di un porticato immacolato.

Lei era in una specie di stato di trance, casalinga persa nei suoi pensieri, e non si accorse del mio arrivo.

Lei non si accorse, ma la casa sì.

La casa ritrasse i viticci della vite che cresceva a ridosso del porticato, viticci che avevano quasi completamente ricoperto la gamba destra di mia moglie.

I viticci, rispondendo a stimoli di natura tattile, quando vengono in contatto con un supporto, si avvolgono in strette spirali intorno a questo, permettendo l’ancoraggio della pianta al supporto stesso.

Il supporto, in quel caso, era mia moglie.

E mia moglie non si era accorta di nulla. Mi sorrideva beata e finemente svanita.

Cominciò così, cominciai a sentire paura e disagio per ciò che mi si stava creando intorno, per questa situazione surreale.

Lei mi spariva, la casa risplendeva.

Mia moglie sembrava sospesa in un amplesso fatto di mura, portici e finestre. Sembrava stesse vivendo un paradiso personale, dal quale io ero, evidentemente, tenuto fuori. Evidentemente, forse.

Lei viveva in un paradiso di tipo immobiliare che proseguì, in continuo crescendo, per un anno almeno, fintanto che non si manifestò la “malattia”.

Inizialmente, si manifestò con macchie che ricordavano piccole ecchimosi, sparse su tutto il corpo; si pensava fosse una reazione allergica a qualcosa, intolleranze alimentari o altro.

Non facevano male, lei diceva di non provare alcun fastidio, tranne il fatto che i vestiti cominciavano a rimanere impigliati e rovinarsi quando, ad un certo punto, la sua malattia degenerò e si manifestarono le prime croste taglienti.

Ricordo che continuava a dire che non le facevano male. Provava a levarle ma ne crescevano altre e di maggiori dimensioni (escrescevano, sarebbe un termine più adatto). Inutili i lavaggi, inutili le creme, inutili i trattamenti epidermici blandi; decidemmo, quindi, di andare al fondo della questione.

Il corpo cominciava a risentire (deformità) di questa poco invidiabile alterazione epidermica e fu subito necessario fare indagini approfondite e prelievi del tessuto alterato, perché alterato era, e non si trattava più di semplici croste.

Fu uno splendido giovane dottore, dal camice abbagliante, che regalava sorrisi bianco ghiaccio, che prelevò ed esaminò un campione di epidermide.

Il referto fu qualcosa che lasciò spiazzati me e tutto l’entourage di medici.

Lasciò spiazzato specialmente lo splendido dottore dal camice abbagliante che regalava, ora, sguardi con cipigli degni del miglior Leonid Breznev.

- Signor Edwards, si tratta di qualcosa di assolutamente inspiegabile. Stiamo ancora studiando il caso e provando a capire, stiamo verificando e cercando in tutta la bibliografia medica, stiamo contattando via internet i maggiori specialisti in materia…

“Tutto un ando ando ando…”, pensai.

- E? - dissi.

- Vede, si tratta di un’alterazione dell’epidermide che… Noi abbiamo analizzato i campioni e… Ecco, vede? Ci sono tracce di… di cellulosa, amido, fumo di silice di… -.

Ero un chimico, lui non lo sapeva. Guardavo sgomento la lista delle tracce di elementi prodotti da mia moglie, dalla pelle di mia moglie.

SiO2: biossido di silicio reattivo
CaO: ossido di calcio
Al2O3: triossido di alluminio
MgO: ossido di magnesio
K2O: ossido di potassio
Na2O: ossido di sodio

Dio mio.

- Sua moglie, signor Edwards... - si schiarì la gola. - Sua moglie non ha alcun tipo di manifestazione cutanea riconducibile a croste o tessuti cicatriziali. Sua moglie…

Prese tempo e si schiarì ancora la voce:

- Su sua moglie, sta comparendo qualcosa di riconducibile a… Assimilabile, come dire, a… Signor Edwards: parliamo di una specie di “intonaco”.

Questo fu, questo mi disse, questo dovetti digerire.

Non sono qui a raccontare l’agonia, la disperazione e la vergogna di doversi nascondere alla vista di conoscenti, parenti, amici.

Dico solo che durò un paio di mesi, senza cure, mesi fatti solo di attesa, senso di impotenza e dell’orrore dell’incomprensibilità. E lei, serena, non provava dolore.

Quando morì, era ormai rigida e quasi irriconoscibile come donna.

Era molto più riconoscibile come parte integrante della casa, di quella maledettissima casa.

Quando la chiudemmo nella bara, sembrava non avere bisogno di un vestito, ma più di una mano di vernice.

Ora sono solo e, come unici amici, ho dei ricordi che non vorrei avere, ricordi solo miei, che ora sono qui a condividere per poter provare a distribuire malessere e dolore.

Per distribuire la paura.

Non ho più redini certe alle quale tenermi.

Col senno di poi (senno?), mi lascio trasportare da fatti ed eventi, senza più pormi domande legate alla fredda e rigida razionalità, di cui questa terra dovrebbe essere unica regina incontrastata.

Io non so, non so più. So solo che sei morta.

Sei morta per una casa che volevi.
Sei morta in una casa che volevi.
Una casa che pensavi di possedere.
una casa che, invece,
ti ha solo posseduta.

No, mio amore. Ci ha posseduti. Entrambi.

Avrei voglia di piangere, ora, ma cerco di evitare.
Ho cristalli di vetro al posto delle lacrime e sono feroci da asciugare.


FINE

Una Donna Nella Casa testo di Luca C_Max
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